Sidley Expedition 2011

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Spedizione internazionale gennaio 2011

Team:
Alex Abramov (Russia)
Scott Woolums (USA)
Coco Popescu (Romania)
Mario Trimeri (Italy)

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Foto del Mount Sidley dal satellite

 

SIDLEY at the End

La salita al Mount Sidley

 

La sera del 26 dicembre 2010 parto dall’aeroporto di Bologna per Punta Arenas in Cile via Madrid e Santiago de Cile. Alex Abramov, capo spedizione del Mont Vinson e del Sidley per me e Coco Popescu, mi aveva consigliato giustamente di arrivare prima del 25 per avere la certezza che se avessi avuto qualche inconveniente (ritardi, scioperi o mancato arrivo dei bagagli) non avrei compromesso comunque le mie salite ma io volevo trascorrere il Natale con la mia famiglia e allora ho trovato una soluzione “pericolosa” che mi permetteva di arrivare all’ultimo momento ma di non perdere il briefing pre-spedizione e riuscire ad imbarcarmi per la partenza del 29 dicembre da Punta Arenas per Union Glacier, la base operativa all’interno dell’Antartide, dove l’organizzazione americana di ALE (Adventures, Logistic and Expeditions) ha la sua
Union Glacier è operativa per la prima volta da questa stagione mentre fino all’anno scorso tutto questo veniva svolto da Patriot Hills, che dista una cinquantina di chilometri da qui. Questa località è decisamente migliore perché il “campo” è in una posizione più aperta ed anche meno ventosa mentre la pista di atterraggio, lunga 3.800 metri, è molto più ampia, sicura e si presta molto di più per la sua funzione. Dista 16 chilometri dal campo e questo tratto viene usato spesso dagli alpinisti durante i periodi di permanenza forzata come terreno di allenamento; in pratica si va e si torna con gli sci (è più sicuro per i crepacci) percorrendo così una trentina di chilometri.
Coco Popescu, accompagnata da suo padre Ovidio, doveva infatti arrivare il 24 dicembre a Punta Arenas via Parigi, Miami e Santiago ma alla fine tra casini e inconvenienti è giunta anche lei a Punta Arenas il 27, acquistando il biglietto dalla capitale fino in Terra del Fuoco ad un prezzo folle ma senza alternative. Il mio volo, nonostante i blocchi causa neve in mezza Europa fino a qualche giorno prima, si rivela tranquillo e i bagagli arrivano puntuali a destinazione senza sorpresa alcuna. Tutto bene!!
Il giorno 28 alle ore 9,30 c’è il briefing nella sede di un club slavo in centro città di tutti gli alpinisti ed escursionisti in partenza con l’ALE per tutti i dettagli in merito alle spedizioni e alla vita nei vari campi e in montagna e le regole che vigono in Antartide. Queste dovranno essere rispettate da tutti perché l’Antartide è patrimonio di tutti.
Una cosa importante che ci viene ripetuta e che in questo continente ha un significato fondamentale è:

“Patience and Common Sense”

ossia, Pazienza e Senso Comune. Queste tre parole mi e ci dovranno accompagnare come un valore che diventa il fulcro di tutto per il buon esito delle spedizioni. Senza questi concetti ben presenti tutto diventa difficile e il rischio è di scontrarsi con la realtà e con chi ti sta attorno, che non ne ha nessuna colpa. “Questo è l’Antartide amici miei” ci viene ripetuto ed è esattamente così. Se uno non si caccia in testa queste cose è meglio che cambi luoghi d’avventura. Una spedizione in Antartide è fatta di attese ancora da quando viene concepita e procedi tra carte, procedure, fill the forms, contatti, materiali, assicurazioni, pagamenti ed mille altre cose ancora sino alla partenza da casa. Da lì in poi il tragitto per l’Antartide è fatto di voli, attese negli aeroporti e attese negli alberghi, trasferimenti e attese tra incontri e preparativi per: per mille altre cose.
Sono tutti passaggi obbligati che compongono il mosaico e di cui non ci si può esentare. La pazienza è una componente essenziale perché ti viene richiesta continuamente  e per cui bisogna attrezzarsi in vario modo; innanzitutto con il proprio cervello. Poi il senso comune di condividere questa cosa, che è parte della tua e della loro vita, con gli altri, rispettandoli e rispettandone le regole di convivenza.
Debbo dire che gli americani, al contrario di noi italiani, hanno sempre ben presente questo concetto che hanno riversato positivamente anche su altri. Un conto è troversi in un Campo Base tra tuoi connazionali e la mattina salutarsi con un mogugno o adirittura non salutarsi e diversamente è che la mattina tu venga accolto da un Good Morning Mario e con un sorriso gioioso, chiamato per nome, con il tuo nome anche se sei insieme ad altre cento persone e vieni indentificato così dal tuo arrivo, dal primo momento tanto da farti sentire non uno del mucchio, ma esattamente tu. E’ un’attenzione che ti fa piacere e ti predispone ad essere gentile ed amorevole con chi hai a che fare. Ho avuto modo di vedere delle spedizioni italiane in cui la polemica era la costante di ogni giorno e in cui il finale era un insieme di odio e rancori che sono poi continuate con l’arrivo in Italia. Un amico mio è tornato amareggiato da una spedizione con dei compagni con cui aveva condiviso molte salite in patria, tanto che ancora oggi, a distanza oramai di una decina d’anni, non ne vuole assolutamente parlare.

“From Antartica take away only Memories and Photos”

 

 

Nel Regno del Gelo

Il volo da Punta Arenas a Union Glacier dura 4 ore e 10 minuti e copre una distanza di 3.056 chilometri. Viene fatto con un aereo Ilyushin 76TD Aircraft della compagnia Almaty e tutto il personale di bordo è russo. E’ un aereo considerato più sicuro dei precedenti Hercules C130 e anche questo è nato come velivolo militare e di trasporto materiali e truppe. L’Ilyushin inoltre è più adatto ad operare in regioni polari e la dimostrazione è che riesce ad atterrare e a decollare in condizioni più critiche sia di visibilità, vento e ghiaccio.
Una garanzia in più, e non da poco, per rispettare, nel limite del possibile, il calendario di date dei voli. Prima venivano fissate le date da e per Patriot Hills ma poi, in base alle condizioni del vento e della pista in Antartide, il capitano decideva se si partiva o meno.

 

Alle spalle del campo di Union Glacier c’è la catena del Mount Rossman, la cima più alta con i suoi 1.450 metri e altre cime minori ma assai interessanti e con vie su ghiaccio e misto di ogni difficultà. Alla sua destra si arriva ad una piccola area denominata “The Beach”  dove alle sue spalle e sempre alla sua destra si trova “Elephant’s Head”, in monolite di roccia marron chiaro in alto e alla sua base un lago ghiacciato e ricco di minerali. Questo posto è particolarmente freddo e ventoso ma comunque molto suggestivo. Qui un geologo andrebbe giù di testa perché le pietre sono di una varietà impressionante, coloratissime e ricche di stratificazioni diverse le une delle altre. Dalla parte opposta e sulla via per l’aeroporto c’è isolato il Charles Peak, una piramide rocciosa che porta sulla cima un’antenna per rilevare la situazione meteo e lontano, e in opposizione a Union Glacier, si estende una catena di cime con al centro un grande ghiacciaio che scarica direttamente sulla pianura la sua vasta lingua bianca.
Nei giorni d’attesa al Campo la temperatura media è stata di 13 gradi sottozero e detta così uno potrebbe pensare ad una situazione di freddo. In realtà senza vento e senza nuvole o cielo coperto, era di avere caldo in tenda e quando uscivo per fare un’escursione con gli sci c’era d’avere caldo e da sudare.

Al Campo di Union Glacier passano in un anno circa 350 tra alpinisti ed escursionisti di una trentina di nazionalità diverse.

 

 

Odissea  Bianca

La mattina del 22 gennaio 2011 alle ore 8,15 mentre sono ancora in pieno sonno, sento Alex Abramov che mi urla “Mario” per avvisarmi della colazione. Mi alzo e apro la cerniera della tenda per vedere com’è il tempo; fuori nevica! Ci risiamo: salta tutto. Ieri dopo 15 giorni di attesa nella base antartica per scioperi a Punta Arenas e per ultimo la rottura di una pompa del carburante dell’aereo, era arrivato l’Ilyushin dal Cile che aveva finalmente spezzato la noia e ci aveva rincuorato per la riuscita della spedizione al Sidley.
Tutto questo aveva concentrato gli alpinisti e gli escursionisti che arrivavano rispettivamente dal Vinson e dal Polo Sud su Union Glacier che dovrebbe fungere solo come base di transito per le due destinazioni e non come stazionamento quale si era ritrovata. Il personale dell’ALE, l’organizzazione che fa da supporto in loco, si era trovata con un compito inatteso e tra l’altro con condizioni di tempo perfette per le salite.
Compito inusuale di fronte ad un ingolfamento di proporzioni abnormi con 130 persone di 23 nazionalità differenti da sfamare e da tenere tranquille per cosi tanto tempo e, in quei giorni, senza che la situazione sembrasse avere un fine.

Il giorno 21 gennaio, ieri, con l’arrivo dell’Ilyushin e anche di Mike Sharp uno dei soci dell’ALE, le speranze per il Sidley avevano ripreso quota anche perché lo stesso Mike avrebbe partecipato alla spedizione e ci avrebbe accompagnato fino al Campo 1, nonostante il ritiro del gruppo militare francese (7 alpinisti) e del russo-inglese che faceva parte del nostro team con Alex. Era certa pure la partecipazione della giuda americana dell’ALE Scott Woolums, americano di Hood River dell’Oregon, un cinquantenne tutta ossa e pochi capelli ma una persona forte e che tra l’altro si era prodigata nel riparare l’attacco di uno dei miei sci che si era rotto durante il penultimo giorno mentre mi allenavo a Union Glacier sulla via dell’aeroporto. Scott aveva rimediato alla staffa spezzata sotto lo scarpone inserendo nella stessa un’altra più grossa e bloccandola con dei rivetti che le conferivano qualche speranza di tenuta. Io ero perplesso su quella riparazione assai grezza e fatta con mezzi grossolani e che erano gli unici reperibili; invece il rimedio ha tenuto per tutto l’avvicinamento e pure per il ritorno fino al DC3, l’aereo della Kenn Borek Air canadese che ci ha portati al Sidley e ritorno. Per questo con Scott ho un debito di riconoscenza oltre alle sue qualità umane importanti.
Comunque la mattina del 22 gennaio dopo la chiamata di Alex ed aver verificato le pessime condizioni del tempo, decisamente scoraggiato torno dentro il mio sacco a pelo e a culo tutto; mi rimane solo la voglia di tornare a casa!
Dopo 10 minuti Coco mi chiama e mi dice che ci aspettano al Giude Tent, il tendone dove noi consumiamo i pasti, per la colazione e che poi si parte immediatamente per il Sidley. “Non ci credo” le urlo, “Sei sicura?”. “Si Mario, si parte”.
La situazione si capovolge e in un attimo sono vestito. Esco dalla tenda e incontro Scott che mi conferma della partenza, sicura confermata a colazione sia da Alex che da Mike. Prendo un caffè, anzi due, e tutto eccitato torno in tenda dove in 3 minuti ho cacciato nel borsone le poche cose che mi servono e controllo che nella borsa portasci vi sia tutto per me e Coco e in un attimo sono fuori che trascino i due bagagli verso la parte opposta del Campo dove imbarcheremo tutto il necessario sull’aereo già pronto per noi. Il cielo da segni di miglioramento ma veniamo rincuorati che la zona del Sidley è, e lo sarà ancora per tre giorni, nelle migliori condizioni possibili. Tutto perfetto e a volte le situazioni si capovolgono in un attimo: dallo sconforto totale dopo tanta attesa all’euforia inimmaginabile per la realizzazione di un sogno. Alle 11,10 saliamo a bordo e i 2 piloti del DC3, Chuck Champoux e Mike Armstrong, accendono i motori. Lo staff è composto pure da Scott Macleod (flight attendant) e Wayne Werry (mechanic) ed oltre io, Coco Popescu ed Alex Abramov vi è pure Mike Sharp e Scott Woolums, quest’ultimi alpinisti pure loro ma qui in qualità di membri di ALE, per sondare direttamente la regione del Sidley e verificarne la fattibilità e le possibilità future.
Alle 11,30 l’aereo della Kenn Borek si alza in volo tra le nuvole con Coco ed io ancora increduli e man mano che si allontana da Union Glacier il cielo si apre sempre più mostrando chiazze di ghiaccio sempre più grandi e allontanandosi dai picchi e dalle montagne sino a lasciare spazio solo ad una distesa bianca ed infinita. 900 chilometri di niente se non ghiaccio e con un unico colore: il bianco. Sono quasi 4 settimane che non vediamo altro: bianco, bianco e ancora ghiaccio e neve. E nemmeno uno stralcio di oscurità; quanto mi manca la notte!
Alle 14,45 dalla cabina di pilotaggio dell’aereo si vede di fronte, ad una ventina di chilometri, la figura inequivocabile del Sidley. Man mano che ci avviciniamo si vede perfettamente tutta la cresta franata di una parte del cratere perché gli stiamo arrivando davanti. Infatti le disposizioni date da Mike ai piloti sono di girare intorno al vulcano in modo da studiarlo; sia per osservarne i rilievi, una possibile via di salita e in primo luogo dove è fattibile atterrare senza difficoltà. Aggiriamo il Sidley a 360 gradi partendo da destra e ad un’altezza di 4.000 metri, tenendoci distanti dalla cresta circa 500 metri in modo da esaminarne la parte alta ed un percorso verso la cima. Di primo acchitto notiamo che la parte terminale è assai crepacciata e frastagliata e che la vetta rimane dietro la massa di neve e ghiaccio che si è concentrata in modo anomalo sulla sommità. Una volta completata la circumnavigazione i piloti si concentrano su dove atterrare cercando di non tenersi lontani dalla nostra via di salita individuata a destra della parte collassata. Dopo un paio di tentativi a filo del terreno piatto di neve crostosa, alle 15,15 atterriamo finalmente ai piedi del Sidley sobbalzando in maniera inquietante fino a che il DC3 non si arresta. Coco, Alex ed io ci eravamo guardati con un’espressione nei volti tutt’altro che serena anche se l’assistente di volo ed il meccanico ci sembravano molto tranquilli; mentre l’aereo scuoteva per la neve incostante loro si guardavano intorno come nulla fosse, e quella normalità mi è parsa rassicurante. Scendiamo dal velivolo e scarichiamo tutti i materiali. Siamo a quota 2.230 metri circa e stranamente qui i nostri altimetri vanno tutti in palla; danno quote assai diverse e certamente non precise. Lo staff della Kenn Borek, che rimane qui sino al nostro ritorno, monta un tendone dove cucinare e mangiare al suo interno e 2 tendine dove dormire. Il tempo è stupendo, con un cielo terso e senza vento, accompagnato da una temperatura a dir poco gradevole. Questa è una zona totalmente aperta e particolarmente fredda; quando spira il vento le condizioni diventano immediatamente estreme e pericolose. Da notare che con una temperatura di  23,3 gradi sottozero e con il vento che spira a 40 chilometri all’ora, il potere raffreddante sul corpo umano, ossia quello che noi percepiamo realmente, è di 50,5 gradi sottozero.
Mentre il fornello va a tutto gas per sgelare il ghiaccio e poi ingurgitare qualcosa prima di partire, Coco ed io ci guardiamo soddisfatti ed ancora increduli dopo tanti giorni di sosta e disillusione. Siamo qui, ai piedi del nostro vulcano, che per noi significa pure chiudere un capitolo della nostra vita itinerante e che ci proietta verso un primato. Il Sidley mi sembra incomparabilmente bello, quasi una creatura che si addice a noi due che lo abbiamo sognato e desiderato come fosse una cosa impossibile. Alle 18,15 lasciamo il campo con gli sci e tirandoci appresso la slitta ci dirigiamo verso la montagna. Oggi percorriamo 8 chilometri risalendo per 600 metri circa e sino al Campo 1 o High Camp (m.2.850). Due terzi del percorso, ossia sino alle propaggini del vulcano dove poi la salita si fa più ripida, andiamo con gli sci che ci assicurano maggiori garanzie in caso di crepaggi e più rapidità per poi continuare l’ascesa a piedi tirandoci dietro la slitta che in questi casi qualche grattacapo ce lo procura. La neve è dura e modellata dal vento su un terreno quasi pianeggiante per cui non è difficile avanzare e questo rende la progressione assai agevole e rapida. Mike Sharp rimane costantemente indietro anche perché non è certamente allenato come noi arrivando direttamente dagli uffici americani, e portandosi qualche chilo di più addosso. Comunque la sua salita si ferma al Campo 1 e lì ci attenderà sino al nostro ritorno dalla cima. La parte finale che ci consegnerà all’High Camp è assai faticosa più che altro per la slitta che se ne va da una parte o dall’altra, portandosi sempre nel lato più in basso ma alla fine a mezzanotte e 15 raggiungiamo al campo, disposto di fronte alla via di salita e dietro due rilievi di rocce laviche alte una ventina di metri. Salendo abbiamo sofferto il caldo ed eravamo costantemente intenti a scoprirci.

 

4 climber x 1 Cresta
(23 gennaio 2011 in vetta al Sidley)

Sveglia alle 10,45 con tempo stupendo e in assenza di vento; il giorno ideale per la salita alla vetta. Consumiamo la colazione in tutta tranquillità viste le condizioni risevateci e alle 12,50 lasciamo il Campo 1 e Mike Sharp, legati da un’unica corda tutti e 4, con Scott che guida la cordata. Saliamo dapprima proprio di fronte alle nostre 2 tendine fino alle roccette  (200 m.) e dopo averle superate, concedendoci una breve sosta per toglierci la giacca (fa caldo!), tagliamo in diagonale verso sinistra fino a giungere al vasto pendio di puro ghiaccio, che ho denominato “Blue Ice” per il suo inequivocabile colore. Lo superiamo dopo aver messo una trentina di chiodi a vite per garantirci sicurezza. Abbiamo dovuto farlo perché i ramponi non entravano nel ghiaccio nonostante ad ogni passo insistessimo con lo scarpone per scalfire di più la presa; ma niente, troppo duro. La parete è alta 150 metri circa e appena si supera ci si imbatte in una parte molto spettacolare dell’ascesa fatta di formazioni di ghiaccio che sembrano grossi funghi e che giustamente Scott ha chiamato “The Mashrooms”. Ci si infila dentro spostandosi dapprima verso sinistra lungo una interminabile sequela di balze fino ad intravvedere il bordo della corona del vulcano e la caldera che da verso la parte collassata (ore 17,30 ca.). Si immagina di essere oramai in prossimità della vetta ma invece questa è ancora assai lontana e il percorso che segue, tenendosi a destra, è comunque non facile da individuare. Questi “funghi” giganti prodotti dall’ammassarsi di neve e divenuti in seguito colossi di ghiaccio, sono il prodotto di migliaia di anni di neve concentrata sul bordo del cratere che con la forza del vento li ha modellati in forme così originali tanto da sembrare partoriti dalla mano di un artista bizzarro. Continuiamo a salire di buon passo e quando una leggera brezza si incanala tra queste sagome l’aria diventa immediatamente gelida, ed è necessario coprirsi senza esitazione.
La giornata, come da previsioni, si mantiene splendida, senza nuvole e con rare e lievi folate di vento, tanto da avvertire normalmente caldo durante l’ascesa, dovendoci però vestire ad ogni sosta. Comunque questa che noi stiamo vivendo è una condizione eccezionale per quest’area totalmente open, senza alcuna barriera e per questo soggetta a climi difficili e impreveibili. Nei giorni precedenti, quello che trapelava a Union Glacier, era di temperature al Sidley estremamente rigide causate in particolare da venti che provengono dall’interno dell’Antartide; da Ronne Ice-Shelf e dal Polo Sud mentre l’aria dhe arriva dal “vicino” Mare di Amundsen dovrebbe portare un clima più temperato.
Da quassù, a quasi quattromila metri di quota, si possono ammirare i 3 gruppi vulcanici della catena di Executice Committee Range rivolti a nord-ovest che sono: il Mount Hartigan di m. 2.747, il Mount Cumming m. 2.612 ed il Mount Hampton di m. 3.270.
Il Mount Hampton e il Mount Cumming sono con caldere molto ampie e basse tanto da sembrare crateri di impatto. Hanno uno strano aspetto lunare ma al contrario del nostro satellite tutto grigio e avvolto nella semi-oscurità, qui il paesaggio è illuminato da un sole accecante e il bianco del ghiaccio si confonde lontano con il cielo.

In questa parte sommitale eravamo convinti di trovare molti crepacci o almeno così ci era sembrato dall’aereo durante la perlustrazione fatta nel giro di ricognizione. Nella realtà si  presenta in maniera assai diversa e scomposta ma priva di fenditure; o non tali da essere fonte di evidente pericolo.

La nostra ascesa continua comunque con qualche breve sosta e saliamo per balze fino a giungere ad una quota di 4.000 metri dove ci si addentra in una parte del bordo in cui i “funghi” lasciano il posto ad un terreno assai sconnesso. Ci muoviamo tra rilievi che paiono sempre siano gli ultimi o l’ultimo per la cima, ma dopo si deve risalire o scendere o addirittura ritornare sui nostri passi perché ciò che ci si presenta di fronte è un dirupo o il percorso non permette di proseguire. Questa parte è lunga e faticosa; e pure stressante. Se non fosse per il paesaggio fiabesco che ci avvolge tutt’intorno si dovrebbe considerare noiosa e interminabile; l’ho chiamata “The Labyrinth” proprio per il suo aspetto inusuale che rispecchia tale nomignolo. Alle 20,30 la nostra salita sembra essere giunta alla fine ma quando sbuchiamo nella vetta sperata, ci accorgiamo che questa non è la parte più alta del vulcano perché di fronte a noi, a circa 150 metri in linea d’aria c’è un punto ancora più alto. Non è possibile continuare sulla cresta del vulcano ma è necessario ritornare indietro di una cinquantina di metri, scendere sulla destra, tenersi bassi per un’altra traversata di un centinaio di metri e poi puntare verso la cima che appare chiara di fronte in alto. Saliamo con una foga, affamati di chiudere questo capitolo straordinario della storia del Sidley che ci tiene sospesi oramai da diversi mesi e con quel risvolto finale in Union Glacier che ci aveva svuotato, in qualche momento, della possibilità di arrivare realmente alla meta; ma ora siamo qui, con la cima appena sopra le nostre teste tanto da sembrare di vivere dentro un sogno.
Invece è tutto vero e per questo l’adrenalina ci mette addosso una carica da fulmine. Alle 21,44 di una giornata splendida con cielo terso e un filo di vento gelido, poniamo tutti insieme e nello stesso momento il piede sinistro sulla cima (questo gesto voluto da Alex per poter dire che la prima è di tutti) e il Sidley diventa finalmente una cosa vera. Per Coco e per me è un momento assai speciale perché chiude un progetto messo in bilico dagli eventi dei scorsi giorni ma che avevamo nella mente da almeno tre anni. Ci abbracciamo felici. La salita è durata poco meno di 9 ore e stiamo tutti bene.
Alex però dopo un attimo stoppa i nostri entusiasmi affermando che la vetta sulla nostra destra potrebbe essere più alta, anche se di poco, e che l’unico modo per essere certi di questo è di salire pure quella! Ci guardiamo un po’ increduli Coco, Scott ed io ma in fondo Alex ha ragione; non possiamo permetterci di toppare la vera cima proprio qui; nel dubbio si sale pure quella che comunque sembra, anche se di poco, più bassa. Il resto del bordo del cratere sia a destra che a sinistra, è inequivocabilmente meno elevato; decisamente inferiore. Siamo, su una delle due, in cima!!
Scendiamo di una ventina di metri in direzione della seconda cima e poi risaliamo verso di essa per un ottantina di metri. Ripetiamo il rito di Alex per cui la cima è di tutti (sinceramente voleva fossimo Coco ed io i primi ma noi due ci siamo scherzosamente rifiutati) e siamo così di nuovo in vetta. Scott con il GPS appura che è 5 feet più bassa; un niente. Meglio così; meglio non avere dubbi. Ripartiamo con le foto celebrative  e qualche intervista tra di noi ma dobbiamo fare in fretta perché il vento, seppure sia quasi inpercettibile, è gelido tanto da avere dei problemi a muovere la mandibola per parlare. Le mani senza guanti si irrigidiscono imediatamente per cui scattare qualche immagine diventa un’operazione complessa. Ma che visione da quassù. Davanti a noi il cratere si apre in basso e va a sfociare in tutta la parte collassata ed aperta verso l’altopiano antartico; come fosse una via di liberazione. In una delle ultime fasi eruttive la lava ha creato una scia che termina in anelli semi-circolari che sembrano quai finti. Sulla destra il Mount Waesche di m. 3.292, vulcano che si staglia ad occidente dal profilo spezzato; come tutti d’altronde. La loro età, che viene si aggira intorno ai 4 milioni e mezzo di anni, viene dimostrata dalla loro forma che oramai ha perso quasi totalmente la conicità originaria e come per il Mount Hampton ed il Mount Cumming il rilievo circolare è dato da un anello perfetto che si eleva di qualche centinaio di metri dalla piattaforma antartica.
I nostri altimetri, a parte il GPS di Scott, sembrano impazziti e tutto ciò mi pare una cosa assai strana perché il mio segna 4.780 metri, quello di Coco addirittura 5.050 metri e Alex 4.660 metri. Sarà che siamo in fondo al mondo; anzi, siamo sotto. Sarà il buco di ozono che incredibilmente sta scomparendo senza che l’uomo abbia fatto niente per eleminarlo ma si sa che la Terra ha una capacità notevole di rigenerarsi nonostante le previsioni catastrofiche di Al Gore e dei suoi sfigati discepoli.
All’orizzonte non si vede una nuvola nemmeno a pagarla oro ma sappiamo che da domani pomeriggio il tempo cambia per cui bisogna pensare a scendere e noi saremmo tutti dell’idea di raggiungere al più presto il Campo Alto, smontare le tende e poi riprendere sino all’aereo e possibilmente ripartire subito per Union Glacier. Così alle 22,40 lasciamo la cima del Sidley, un po’ infreddoliti ma come scendiamo e siamo riparati dal vento, dobbiamo toglierci giacche e sovrapantaloni perché c’è da bollire. Decidiamo di scendere seguendo esattamente la via di salita per non avere delle sorprese (zone crepacciate o dirupi da corda doppia) e la parte più bella rimane decisamente la zona dei “funghi”, dove ci si aggira come fossimo in un cartone animato. Che spettacolo!
Camminiamo spediti per arrivare al più presto al campo e nel “Blue Ice” rimettiamo i chiodi da ghiaccio negli stessi punti; dal primo all’ultimo. L’ultima parte della discesa è una sudata pazzesca tanto che arriviamo al Campo Alto alle 1,40 del 24 gennaio, dopo esattamente 3 ore di marcia dalla vetta, che sono completamente fradicio e in quel momento il sole si porta dietro la collinetta che abbiamo a destra delle tende e così in ombra tira un freddo da congelare. Mike, che ci aspettava fuori e si congratula con noi della salita con un bel “Well done guys”, “Very good job” ci stoppa però sulle nostre intenzioni di proseguire fino all’aereo. Sostiene che sarebbe inutile continuare perché non ripartiremo comunque immediatamente per Union Glacier e tanto vale a quel punto sostare, rifocillarci e riposarci qualche ora. Giustamente comanda lui e così non facciamo obiezioni altrimenti a cosa servirebbero i capi se non a dettare le loro ragioni! Nel bene e nel male. Comunque bisogna riconoscere che se siamo quì la decisione è stata solo sua e allora prepariamoci per bere, mangiare qualcosa e un dormita nel sacco a pelo.
Mi addormento con le mie mascherine negli occhi e la mia musica dell’MP3 che suona quasi inpercettibile mentre ritrovo il calore dentro la mia alcova di piuma. Sento Alex e Coco che borbottano un po’ tra loro ma poi li perdo nel sonno. Un sonno dolce, piacevole perché ora i miei pensieri si possono orientare in un’unica direzione: quella di tornare a casa. Ne ho un bisogno totale e avrei voglia di chiudere proprio ora con l’Antartide anche se forse in un prossimo futuro rimpiangerò questi spazi bianchi e le visioni dal Sidley e del Vinson. In merito alla presunta salita di Atkinson del 1990 una considerazione va fatta: ma per correttezza storica. Questa riflessione è stata discussa tra tutti e quattro noi che abbiamo compiuto l’ascesa alla vetta perché ci pare impossibile che un personaggio, che non è un alpinista ma un partecipante ad una spedizione scientifica, possa realmente aver compiuto una salita del genere, sicuramente non difficile tecnicamente, ma complessa e lunga per raggiungere la vetta. Noi pensiamo, e ne sono convintissimo, che senza un’adeguata attrezzatura e abbigliamento, senza un’esperienza alpinistica di valore ed una tenacia (era da solo) nel raggiungere l’obiettivo, qualunque uomo di montagna di fronte a pericoli oggettivi e pure per la durata e complessità della salita si sarebbe ritirato.
Io sono uno che stima i meritevoli, che non si permetterebbe mai di denigrare gli altri, specie chi non conosce, ma in questo caso penso che difficilmente si possa credere ad una cosa del genere.
La via era stata studiata da ognuno di noi, specie da Alex come capo-spedizione e da Scott come responsabile per ALE dell’organizzazione e della riuscita al Sidley, per cui questa cosa era finalizzata solamente all’esito sicuro della cima, con tutti gli stumenti odierni e innovativi rispetto ad allora, mentre per Atkinson tutto questo era, per essere comprensivi, secondario.
A conferma delle sue dichiarazione in merito alla salita Atkinson non ha portato niente; ne una foto, ne un filmato e nemmeno una relazione sulla sua ascesa. Quando è stato contattato ha incredibilmente affermato di non essere sicuro di essere arrivato in cima!!
Per questo è improbabile non essere stati noi i primi lassù!

Sveglia alle ore 9 del 24 gennaio 2011 e ben presto il sole carambola da dietro la collina e ritorna il tepore che ci permette di uscire dalla tenda senza patemi di freddo per poi smontare il campo. Alle 10,15 inizia la discesa del primo tratto con pendenza e qualche tratto crepaggiato maggiore rispetto al resto, dove calziamo i ramponi ed abbiamo le slitte al seguito che in questo caso sono legate le une alle altre per non farle sbandare da una parte o dall’altra. In questo modo si controllano e direzionano meglio. Quando arriviamo alla base del vulcano ricuperiamo gli sci e riprendiamo il cammino scivolando sulle pelli di foca verso l’aereo che da un minuscolo puntino alle 13,30 ce lo troveremo di fronte. Incredibile, i miei attacchi degli sci, oramai ridotti allo stremo, hanno tenuto sino alla fine; un vero miracolo! A salutarci per questo nostro addio appaiono nel cielo 4 arcobaleni; una cosa mai vista. Ci guardiamo increduli ma è tutto vero; non è un effetto ottico!
Caricato ogni cosa sul DC3  alle 14,22, dopo vari sussulti in fase di decollo, l’aereo si invola in mezzo alla foschia e come previsto il tempo sta peggiorando. Ci imbattiamo dapprima tra le nuvole bianche e sembra che l’Antartide ne sia ricoperto. Poi, dopo 1 ora e mezza di nulla, atterriamo tra il ghiaccio a fianco di 8 bidoni di carburante, lasciati un paio di settimane fa come rifornimento per questo ritorno, altrimenti non si arriva alla base di Union. Fatto il carico e sistemati i bidoni all’interno del DC3 ci si invola per Union Glacier dove atterriamo alle 18,30. Veniamo accolti come degli eroi e festeggiati da tutti con champagne e tartine ma la notizia che più ci sorprende è che l’Ilyushin arriverà in serata e che stanotte ci riporterà a Punta Arenas. Noi eravamo convinti che saremmo rientrati, se tutto andava bene, per il giorno 27 gennaio ma il volo che doveva arrivare 3 giorni è in arrivo solo ora. Che botta di fortuna! Mike Sharp consegna a Coco e a me un bel regalo che ci fa un immenso piacere: la carta plastificata di un metro per un metro della zona vulcanica del Sidley che conserverò sino a casa con il riguardo che si riserva a qualcosa di prezioso. Ne sarò per sempre riconoscente; e non solo per la carta. Consumo la cena in dieci minuti e preparo il bagaglio in altri cinque e alle 20,30 consegno il borsone mio e quello in comune con Coco nel piazzale di fronte ai tendoni dove si spuntano i partenti. Oramai al campo rimane soltanto una parte dello staff di ALE mentre gli alpinisti sono tutti che rientrano. Restano da imbarcare solo quelli che attualmente sono al Vinson e faranno tappa a Union Glacier nei prossimi 2 giorni.
Alle 20,30 ci portano con il pulmino-cingolato in aeroporto dove tira un vento glaciale e fortissimo e alle 2 del 25 gennaio ci si imbarca sull’Ilyushin per prendere il volo alle 2,45 carico di felicità e soddisfazione addosso che non mi permette di dormire nemmeno un secondo sino a Punta Arenas. Alle 6,55 atterriamo con questo grosso bisonte in terra patagonica e non mi sembra vero; finalmente dopo un mese di solo ghiaccio e bianco, vedo tutti i colori della Terra.

 

 

 

Tempo di salita dal Campo 1 alla vetta: ore 9
Tempo discesa dalla vetta al Campo 1: ore 3

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La salita al Sidley si può riassumere in questi termini:

  • base di atterraggio dell’aereo DC3 sulla pianura di ghiaccio a quota 2.230 metri
  • Campo 1 m. 2.850 – 2.900
  • Blue Ice m. 3.350 – 3.550
  • The Mashrooms m. 3.600 – 3.900
  • Labyrinth m. 3.900 – 4.150
  • Cima m. 4.282

 

Le 3 zone, molto specifiche ed originali della salita, chiamate: Blu Ice, The Mashrooms e Labyrinth sono state da me e da Scott così denominate per le loro caratteristiche naturali.

L’area del Sidley, a parte i 5 vulcani, è un altopiano aperto per centinaia e centinaia di chilometri ad una quota di 2.300 metri circa. In piena estate antartica e in condizioni di bel tempo e in assenza di vento, la temperatura è in media di ca. 15° sottozero ma con brutto tempo e con il vento tutto cambia, l’ambiente così aperto trasformandolo in un luogo proibitivo. Nei giorni precedenti il nostro arrivo veniva calcolata una temperatura di circa 40 gradi sottozero ma l’area del Sidley è assai difficile da decifrare. Se da un lato i venti possono spirare liberamente dall’altro possono risentire benevolmente dell’influenza del mare vicinoche ne può temperare il clima.

 

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Quando tu sei salito e hai chiuso con la montagna,
la montagna non ha chiuso con te

 

 

Seven summits107

Mario in vetta al Mount Sidley

 Mario Sidley low026

Scott e Mario in vetta al Sidley

Mario Sidley low025

Alex e Mario in vetta

 

Mario Sidley low024

Coco e Mario in vetta

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